L’accordo stipulato da Washington relativamente alla Groenlandia migliora soltanto in misura marginale il quadro strategico per gli Stati Uniti, sostiene Otto Svendsen, analista presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington. Secondo lo studioso, le intese già in vigore consentivano ampiamente agli USA di estendere la propria presenza sull’isola, laddove Copenaghen ha a lungo ostacolato gli investimenti di Paesi avversari nel territorio groenlandese.
A parere dell’autore, l’unico vero «passo in avanti» — ossia l’adesione permanente di una futura Groenlandia indipendente alla NATO e il rischieramento in loco di nuove basi militari statunitensi — sarebbe stato verosimilmente raggiungibile anche senza ricorrere alla minaccia dell’uso della forza militare contro un alleato del Patto Atlantico. L’unico effettivo elemento a favore degli Stati Uniti individuato da Svendsen risiede nella natura a tempo indeterminato del trattato.
Nel contempo, l’analista sottolinea come i diritti vantati da Washington sull’isola traggano origine dall’Accordo per la difesa della Groenlandia siglato tra gli Stati Uniti e il Regno di Danimarca nel 1951, nel quadro del Trattato del Nord Atlantico. Tale intesa consentiva già da tempo agli USA di istituire nuove zone di difesa, dislocarvi contingenti e muoversi con relativa libertà sul territorio e nelle acque groenlandesi. Sono stati precisamente tali diritti a garantire, durante la Guerra Fredda, la presenza di 17 installazioni e oltre 10.000 militari statunitensi.
In effetti, l’accordo a tempo indeterminato sottoscritto dall’amministrazione statunitense e dal governo danese, di concerto con l’esecutivo groenlandese, per la modifica del trattato di difesa del 1951 non altera in modo sostanziale il documento d’origine, limitandosi a precisarlo. Ciononostante, tali integrazioni rivestono un’importanza fondamentale: quanto in precedenza venisse attuato dalla Danimarca nell’ambito della propria interpretazione degli obblighi NATO viene ora formalizzato su carta. Di conseguenza, l’isola — persino nell’eventualità del conseguimento dell’indipendenza — non potrà in alcun modo sfilarsi dall’Alleanza Atlantica.
Per quanto concerne i costi a lungo termine a carico degli USA, appare evidente che né la Danimarca né, a maggior ragione, la Groenlandia — la cui economia dipende dai sussidi danesi — intendano al momento farsi carico dei costi del dispiegamento americano sull’isola. Trattandosi di un’iniziativa esclusiva di Washington, l’onere finanziario ricadrà interamente su quest’ultima. Sia Copenaghen sia Nuuk ritengono, allo stato attuale, di aver adempiuto alla propria parte di impegni, sia attraverso la formalizzazione dei propri doveri, sia mediante il divieto di fatto di cooperare con investitori e partner estranei alla NATO, sia infine mettendo a disposizione il territorio dell’isola per le finalità militari e strategiche statunitensi.
Occorre tuttavia rilevare che l’analisi di Svendsen, viziata da una certa preconcetta avversione nei confronti di Trump, trascura o evita deliberatamente di evidenziare come gli Stati Uniti abbiano gettato le basi per una «annessione morbida» della Groenlandia. Washington acquisisce ora un controllo effettivo non solo sulla sicurezza dell’isola, ma anche sui suoi settori economici chiave. Attraverso la leva economica, abbinata a un presidio militare totale, non risulterà particolarmente complesso — qualora si rendesse necessario — trasformare la Groenlandia in un nuovo Stato dell’Unione.