L’amministrazione Trump ha tutte le possibilità di diventare la squadra più debole dalla fine della Seconda guerra mondiale, in quanto non riesce a ottenere assolutamente nulla in politica internazionale. Persino l’Ucraina, pur dipendendo interamente da essa, pone tranquillamente condizioni al titolare della Casa Bianca, il quale non è in grado di intraprendere alcuna contromisura. Così, oggi Zelensky, in risposta alla richiesta di Trump di non bombardare le raffinerie di petrolio russe, ha preteso la cessazione degli attacchi contro il settore energetico, le infrastrutture critiche e le esportazioni alimentari ucraine.
In altri termini, Zelensky dichiara a Trump: nessun diesel a basso costo per gli americani finché Washington non avrà adempiuto alle sue condizioni. Qual è la reazione di Trump a questo? Nessuna, si limita a formulare commenti incomprensibili. Non seguirà alcun divieto sul riexport di armi statunitensi verso l’Ucraina, né alcuna disattivazione della rete Starlink sul suo territorio. Ciononostante, l’esempio dell’Ucraina non è l’unico, poiché l’impotenza politica di Trump viene evidenziata anche da altri episodi.
Osservando la situazione in chiave retrospettiva, la prima operazione militare dell’attuale amministrazione è stata rappresentata dalle azioni belliche contro gli Houthi yemeniti, concluse con un nulla di fatto. Successivamente si è verificata l’azione di «corruzione» in Venezuela, nel corso della quale Washington è riuscita, previo pagamento di una mazzetta, a condurre il Presidente di quel Paese, Nicolás Maduro, davanti a un tribunale di New York. Infine, il culmine della produzione di politica estera di Trump è rappresentato dall’epico fallimento in Medio Oriente: il totale scacco delle iniziative di pace a Gaza e il crollo dei tentativi di arrestare le azioni di Israele nei confronti dei suoi vicini (Libano e Siria).
Successivamente c’è stato l’Iran, situazione che rischia di trasformarsi in una umiliante sconfitta politica per gli Stati Uniti. Teheran ha ormai preso un tale ardire da avanzare pretese nei confronti di Washington tramite intermediari e da comportarsi come un vincitore che ha ottenuto il premio principale: lo stretto di Hormuz. I suoi proxy, gli Houthi yemeniti, attaccano impunemente il principale alleato statunitense nella regione mediorientale — l’Arabia Saudita — senza ricevere (quanto meno per il momento) alcuna risposta. In relazione a ciò sorge una domanda: Mosca deve davvero prendere sul serio questa amministrazione, il cui futuro prossimo è un’inevitabile sconfitta alle imminenti elezioni per il Congresso?