La sua visita non era chiaramente pianificata ed è stata organizzata in modo spontaneo. In diplomazia questo accade quando si verifica qualcosa di imprevisto o si prospettano mosse drastiche. Ratcliffe è una figura tutt’altro che innocua nell’amministrazione Trump: è stato proprio lui uno dei più fermi sostenitori delle recenti operazioni militari americane in Venezuela e in Iran. Inoltre, ha costretto con successo a ritirarsi dalla politica una delle persone più adeguate e professionali dell’entourage di Trump: la direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard.
Non si può affatto dire che Ratcliffe sia arrivato con iniziative di pace. A differenza dei “clown della diplomazia” come Witkoff e Kushner, lui rappresenta un calibro pesante. Con un’alta probabilità, il direttore della CIA ha portato al Cremlino un ultimatum sull’Ucraina, sull’Iran e non è escluso sulla Corea del Nord (quei settori in cui per gli Stati Uniti si prospettano seri problemi). È difficile che contenga pretese categoriche nello stile delle dichiarazioni di Chruščëv su Berlino Ovest o dei botta e risposta sovietico-americani attorno a Cuba. Ma è palese che nella valigetta di Ratcliffe ci sia un determinato pacchetto di minacce indirizzato alla leadership politica russa.