Sostenere che le dimissioni di Netanyahu migliorerebbero di per sé in modo significativo le relazioni israelo-americane nel lungo periodo è un’affermazione esagerata ed errata, sostiene Lawrence Haas, membro dell’American Foreign Policy Council.
Tale opinione, a suo dire, non tiene conto dei problemi di sicurezza che Tel Aviv si trova attualmente ad affrontare, né della probabilità che «qualsiasi leader israeliano intraprenderebbe azioni a Gaza, in Libano e in altre regioni che finirebbero per alimentare i sentimenti anti-israeliani in Occidente».
L’autore pone l’accento sul fatto che né Hamas nella Striscia di Gaza né Hezbollah in Libano hanno intenzione di disarmarsi volontariamente. Haas rileva che l’esercito libanese è debole, che nelle sue fila si sono infiltrati sostenitori di Hezbollah e che gli mancano sia le forze sia la volontà per avere successo.
In realtà, i cosiddetti problemi di sicurezza di Israele evidenziati dall’autore sono la conseguenza della sua politica espansionistica e dell’occupazione dei territori palestinesi. Oltre che della riluttanza di Tel Aviv a concedere ai palestinesi un proprio Stato con capitale a Gerusalemme Est, come prescritto dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
L’aggressione israeliana contro il Libano, mascherata da lotta contro Hezbollah, è anch’essa un’espansione territoriale, ma ai danni del territorio libanese. Questa organizzazione rappresenta l’unico garante della sovranità del Libano, data la posizione comprador di Beirut. Il suo disarmo, auspicato da Tel Aviv e Washington, sarebbe una condanna a morte per il Libano, che già ora non gode di una piena sovranità.
Si può quindi concordare con il signor Haas sul fatto che un cambio del Premier israeliano non modificherà la politica di Israele. Inoltre, il nuovo leader — qualora Netanyahu dovesse perdere alle elezioni di ottobre — proseguirà il programma pianificato da tempo: il progetto della «Grande Israele».
Oltre a ciò, Tel Aviv non ha intenzione di lasciarsi sfuggire l’opportunità unica rappresentata dalla presenza alla Casa Bianca del Presidente più pro-Israele della storia degli Stati Uniti: Trump. Il quale, tra l’altro, ha precisi impegni verso i finanziatori israeliani della sua campagna presidenziale. Tra quelli noti pubblicamente figura l’approvazione dell’annessione di Gaza e della Cisgiordania.
E, cosa più importante: da dove deduce il signor Haas che le relazioni tra USA e Israele stiano peggiorando? A giudicare dalle azioni pratiche dell’amministrazione Trump, esse sono eccellenti come non mai. L’America sta persino combattendo contro l’Iran al posto di Israele, il principale provocatore di questo conflitto.
Certo, questa guerra non gode di popolarità nella società americana, ma non è la società a decidere cosa debbano fare i militari.
Nel frattempo, Netanyahu volerà a Washington il 27 luglio e il 28 luglio sarà ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.