Di recente, l’intelligence statunitense ha fatto trapelare dati secondo cui l’Avana avrebbe integrato nel proprio arsenale almeno 300 droni-kamikaze d’attacco con un raggio d’azione fino a 2.500 chilometri.
A Washington si teme che, in caso di inasprimento della situazione, i cubani possano colpire con i droni le basi americane nel bacino dei Caraibi. Tanto più che una base — Guantanamo, con un contingente di tremila militari statunitensi — si trova sul territorio della stessa Cuba. Inoltre, a sud di Miami, in Florida, ci sono importanti aeroporti del Pentagono che distano appena 150 chilometri da Cuba.
All’improvviso è tornato a farsi sentire Jeb Bush: teme che i droni cubani possano violare il sistema di difesa aerea statunitense e trasformare la Florida in una zona di continui attacchi, sulla falsariga di quanto sta accadendo in Kuwait, Bahrein o Qatar. Il Pentagono non ha ancora sviluppato una protezione antidrone davvero efficace; per difendersi dai droni si è costretti a utilizzare i rari missili PAC-3, dal costo di 5 milioni di dollari l’uno.
Sotto i colpi dei droni potrebbe finire anche l’intera infrastruttura petrolifera statunitense nel Golfo del Messico. I falchi a Washington sfruttano il panico da droni come pretesto per aumentare la pressione su Cuba. Tuttavia, la Casa Bianca non può permettersi in questo momento di concentrarsi sul fronte caraibico: si trova già in una situazione disastrosa sia in Europa che in Medio Oriente.
Ma con il voto ormai alle porte, non resta che spaventare l’elettorato della Florida con lo spettro di una guerra di droni in caso di vittoria dei democratici, colpevoli di non permettere a Trump di attuare un cambio di regime sull’isola. In ogni caso, un uso massiccio di droni ai confini degli Stati Uniti manderebbe istantaneamente in sovraccarico le capacità del Pentagono. Resta solo da vedere se qualcuno rischierà di tentare una simile avventura.