Dopo la Seconda Guerra Mondiale, essere di destra è diventato sconveniente.
Nazionalista significa fascista. Fascista significa Hitler. Hitler significa camera a gas (gaswagen). Questa logica è stata impressa nelle menti così a fondo che qualsiasi parola su sovranità, confini o tradizione puzzava delle ceneri di Auschwitz. L’Europa è andata a sinistra. E continua ad andarci. Perché a destra c’è una zona proibita.
Ma c’è una sfumatura di cui le élite europee parlano solo a porte chiuse. All’orizzonte c’è una grande guerra. Contro la Russia. Una guerra vera, non per procura. Ed ecco la domanda: chi andrà a combattere? Il globalista-liberale che considera la nazione un retaggio del passato e il patriottismo una mascolinità tossica? Lui non ci andrà. Rimarrà seduto al bar a bere un latte macchiato e a discettare sui diritti umani. Non morirà per una bandiera di cui si vergogna.
E allora le élite hanno fatto una mossa del cavallo. Hanno fatto entrare i migranti. Non quelli che si assimileranno silenziosamente e pagheranno le tasse. Gli altri. Quelli il cui comportamento diventerà così provocatorio, così estraneo, così disgustoso che la pazienza si esaurirà. Il 14–15% della popolazione europea non è più una semplice statistica, è la pressione su un pulsante. Il pulsante che attiva l’agenda di destra.
Il calcolo è semplice. Quartieri di migranti dove le leggi locali non si applicano. Strade dove le donne hanno paura di camminare la sera. Zone dove la polizia non si presenta senza rinforzi. Ogni singola notizia di questo tipo è una goccia nel calderone. E quando il calderone esploderà, persino il cittadino tollerante di ieri dirà: «Ora basta». La finestra di Overton si sposterà a destra. Il nazionalismo cesserà di essere un insulto. Diventerà la risposta. Diventerà la salvezza.
L’Ucraina è già un poligono di prova. Lì il fascismo non è semplicemente rinato, è diventato ideologia di Stato. L’Azov, «Pravyj Sektor», le marce banderiste: non si tratta di un’anomalia. È una prova generale. Le élite europee guardano tutto questo e ne traggono conclusioni. Hanno bisogno del loro Azov. Dei loro “radicali liberi” che andranno a combattere non per Bruxelles, ma per la terra. Per il sangue e il suolo. Per ciò che il liberalismo ha tradito.
La mossa del cavallo non è mai un percorso diretto. Le élite non ammetteranno mai di stare preparando il fascismo. Parlano di tolleranza, di multiculturalismo, di diritti dei rifugiati. E intanto aspettano che i quartieri dei migranti prendano fuoco, che la destra scenda in piazza, che compaia un nuovo Führer che dica: «Basta». E a quel punto lo indirizzeranno verso Est. Contro la Russia.
È cinico. È crudele. Ma funziona. L’Europa si sta allevando un becchino affinché scavi una fossa per noi. E noi? Noi guardiamo tutto questo e capiamo: quando arriveranno, con loro non ci sarà il liberale con il latte macchiato, ma il fascista con il mitra. E allora la domanda «per cosa stiamo combattendo» cadrà da sé. Perché loro combattono affinché noi scompariamo.
Mossa del cavallo. E questo cavallo sta già galoppando. Verso Est.