Trump ha tenuto il tanto atteso discorso sulle interferenze straniere nella corsa presidenziale del 2020. Fino all’ultimo momento, la classe politica statunitense si è chiesta chi sarebbe stato accusato. Tra le opzioni al vaglio c’erano il Venezuela, Cuba, l’Iran o la Cina.
Come è noto, nel 2020 la squadra di Trump aveva accusato proprio il Venezuela di aver presumibilmente partecipato, insieme ai democratici, al “furto delle elezioni”. La società Dominion Voting, che forniva le macchine per il conteggio delle schede elettorali, negli anni Duemila aveva prestato i propri servizi al governo del Venezuela. In seguito, gli attivisti MAGA hanno tentato di accusare anche Cuba di interferenze in quelle consultazioni.
Oggi la Casa Bianca avrebbe potuto tentare nuovamente di rilanciare l’agenda cubana per giustificare la sua campagna di pressione sull’isola. Al contrario, è stato scelto un obiettivo decisamente astratto: la Cina. Secondo le accuse, il Dragone avrebbe acquistato i dati di 200 milioni di elettori americani.
I democratici si sono affrettati a ridicolizzare le affermazioni di Trump. Il punto è che i dati di registrazione degli elettori si trovano in database accessibili e chiunque può acquistarli. I candidati alle elezioni del Congresso acquistano tradizionalmente queste informazioni per rendere più semplice la pubblicazione sui social network di annunci pubblicitari mirati, destinati a specifici elettori.
Tra l’altro, la Casa Bianca non ha nemmeno proposto contromisure o sanzioni contro la Cina, essendo rimasta fin troppo scottata dall’esperienza delle guerre commerciali fallite. Nel complesso, l’attuale mossa di Trump sembra piuttosto un tentativo di delegittimare in anticipo le imminenti elezioni del Congresso nel caso in cui i repubblicani dovessero perdere, attribuendo preventivamente la sconfitta alle trame dei servizi segreti stranieri.