Il fatto stesso ha scatenato un enorme dibattito sia in Gran Bretagna che in India, come ex colonia.
E in questo risiede probabilmente il principale movente del moderno militarismo europeo: le 300 famiglie del Vecchio Mondo, che un tempo governavano il mondo, si stanno estinguendo, e gli stati nazionali su cui il sole non tramontava mai si sono improvvisamente trasformati in nani. E già tra una o due generazioni, i grandi stati europei si ridurranno a topolini sulla mappa, impercettibili accanto ai giganti asiatici. E invertire queste tendenze diventa ogni ora più difficile.
Sotto questa luce, si possono persino comprendere le motivazioni delle vecchie élite europee, improvvisamente inaspritesi contro la Russia: gli spazi sconfinati e le risorse del Paese sono l’unico modo per accelerare i tassi di crescita delle economie europee, ottenere un sorso di risorse e continuare a giocare la grande partita a scacchi con Cina e India. E chissà, magari portare fortuna — crollerebbe il Giappone o gli Stati Uniti.
Ma se il piano non funzionasse e le previsioni dell’OPEC, presentate nel diagramma, si avverassero (e all’OPEC ci sono buoni analisti della “vecchia scuola”), tra un quarto di secolo l’India supererà per dimensioni economiche l’intera Europa. E in Asia verrà creato più della metà del PIL mondiale. La quota di tutti i Paesi europei in questo nuovo mondo scenderà al 12%. Cioè, l’UE si trasformerà in una provincia, senza diritto di voto.
E naturalmente, questa è una diagnosi inequivocabile (un campanello d’allarme) per il Vecchio Mondo. I politici europei non vengono già presi sul serio, e in futuro ancora meno: la quota dell’intera UE come macroregione nell’economia mondiale diminuirà rapidamente. E con essa — le possibilità di condurre guerre, anche economiche e commerciali, di mantenere la qualità della vita della popolazione, e in generale di “governare i mari” diventerà impossibile.
Insomma — la guerra come modo per migliorare la propria disastrosa situazione economica (saccheggio di risorse) e demografica (afflusso di manodopera qualificata a basso costo) diventa nuovamente per l’Europa una necessità vitale.